Pino Galbani. Dalla Bonaiti a Gusen

Galbani è uno dei 22 lecchesi che furono deportati in Germania in seguito agli scioperi del 1944.
La sua è stata una Resistenza alla morte, una lotta per la sopravvivenza.

Dal suo racconto traiamo queste parole sulla terribile vita nel campo di concentramento:

Raccontare della deportazione per me che l’ho vissuta non è tanto piacevole, vuol dire parlare di dolore, di sofferenza, di atrocità vissuta sul proprio corpo e sul corpo degli altri. Nel campo la vita cominciava al mattino presto e terminava alle 6 di sera; però non è detto che terminato il lavoro si poteva stare tranquilli. Di mattina c’era il controllo dei pidocchi, chi ne aveva doveva andare a fare il bagno. C’era sempre qualcosa, non si poteva stare dieci minuti in santa pace. Anche di notte, i tedeschi ci svegliavano, ci facevano uscire dalla baracca e ci facevano stare fuori all’aperto a fare ginnastica, anche se pioveva o nevicava. Poi al mattino alla 4 e mezza c’era la sveglia. Immaginatevi… in una baracca ci stavano dalle 300 alle 400 persone. Uscivamo tutti per andarci a lavare senza sapone, senza niente, non avevamo neppure di che asciugarci. Usavamo la camicia anche se era sporca. Poi si rientrava, bisognava vestirsi in tutta fretta.

L’intervista a Pino Galbani: [see google doc]

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