Ferruccio Lavelli

Ferruccio Lavelli – Dalla Resistenza all’impegno sindacale alla Faini di Lecco.

nonnoboxQuesta è la storia di un nonno, di uno che è stato antifascista per tutta la vita.

Il ritratto che se ne traccia in questa pagina non è il risultato di una semplice intervista, o almeno non solo, è un concentrato delle sensazioni e dei racconti che una nipote ha ascoltato negli anni.

Lecchese di nascita, mio nonno diede il suo contributo alla Resistenza sulle montagne della Valtellina. E’ riportata qui sotto latestimonianza riguardo a quei giorni di guerra trascorsi in montagna.

Sono racconti che mi è capitato di sentire molte volte e che mi sono rimasti impressi nella memoria. Le parole scritte non possono trasmettere il fervore e qualche volta l’amarezza con qui mio nonno parla di queste vicende.

Si tratta di una esperienza che, come dimostrano le pagine di questo sito, è stata l’esperienza di molti che hanno condiviso il lungo percorso verso un’Italia di pace, diritti e democrazia, iniziato con la Resistenza e continuato nel dopoguerra nelle fabbriche.

Racconta Ferruccio

Durante la seconda guerra mondiale ho cominciato a lavorare, dopo aver concluso la mia esperienza scolastica con la terza avviamento. Il fascismo era al potere da quasi venti anni. Ho iniziato nel giugno del 1941 come apprendista presso la Rigamonti / Meccanica di Lecco, per 72 centesimi all’ora.
Nella mia famiglia c’era bisogno anche del mio stipendio, poichè, già subito dall’inizio della guerra, erano scomparsi dal mercato molti generi di prima necessità.
C’era la tessera del pane, un’apprendista come me, fino a diciotto anni, aveva diritto a un etto e mezzo di pane al giorno.
Mancava tutto, ma al mercato nero si poteva comprare ogni cosa, bastava avere il denaro.
Nel 1941 con 60 £, che avevo guadagnato con lo straordinario, ho comprato l’ultimo paio di scarpe, dopo di allora non si è più trovato niente.
Mio fratello Sandro lavorava come elettromeccanico presso la ditta Rocca in Piazza Garibaldi e mio padre lavorava presso una ditta che fabbricava canne di fucile.

La situazione era difficile, c’erano tante tasse da pagare, la vita era cara, gli stipendi bassi e tra la popolazione regnava un certo malcontento. Nel Maggio 1942, mi ricordo che una delegazione di donne della Vallata, manifestava in piazza per avere pane e pace; erano le prime manifestazioni contro il regime.

Mancava il cibo e anche noi cercavamo di racimolare quello che potevamo; ricordo che un giorno io e mio fratello siamo andati in bicicletta ad Annone per comprare un po’ di patate. Al ritorno sul ponte mi hanno fermato i carabinieri, mi hanno sequestrato il sacchetto di patate e le hanno buttate nel lago, perchè non mi spettavano con la tessera.

La gente che io conoscevo, che abitava nel mio quartiere -Castello- a Lecco non voleva la guerra; ma era costretta ad andare in piazza a manifestare a favore. Quando ero ancora alle medie ricordo che se arrivava qualche gerarca fascista in città, noi studenti venivamo portati in piazza per gridare: “Viva il Fascio, Viva il Duce, Viva la Guerra.” Appena i professori ci perdevano d’occhio scappavamo da tutte le parti. Anche i padroni dovevano mandare i loro operai a manifestare, con il nome della ditta, in favore del Fascio, quando arrivava qualche Gerarca. Nel 1941 anch’io sono andato, col cartello della mia ditta “Rigamonti Meccanica” in piazza 20 Settembre, poichè nessuno ci voleva andare. Il mio padrone mi diede 2 £ e col mio cartello sono andato a manifestare per l’arrivo di un Gerarca Fascista; mi sono messo in un angolo e quando non mi guardava nessuno mi sono allontanato.

Da mangiare ce n’era sempre meno, allora la mia famiglia decise di tornare in Valtellina, dove non avremmo pagato l’affitto e avremmo potuto lavorare la terra che avevamo, ricavando qualche prodotto da mangiare.
Arrivati in Valtellina mio fratello ed io abbiamo trovato lavoro presso le centrali Falck. Mio fratello era nei servizi aveva una stanzetta e mangiava in mensa, io come operaio dormivo in uno stanzone e mangiavo in cucina i ” vanziroe” (ovvero gli avanzi!).

Dopo l’ottobre 1942 fino al maggio 1943 ho lavorato a Tresenda con quelli della Franco Tosi di Legnano, da questi operai ho cominciato a sentir parlare di possibilità di ribellarsi alle terribili condizioni di lavoro e di vita cui eravamo sottoposti in questo cantiere. Nel 1943 ci furono i primi tentativi di sciopero. Anch’io con altri due giovani operai reclamai una razione di cibo maggiore; ci recammo nello studio dell’ingegnere, che era un fascista ma corretto e onesto e che ci ricevette e ascoltò promettendoci che si sarebbe interessato del nostro problema. Meno comprensivo fu il capo cantiere, che per aver protestato mi punì mandandomi a scaricare il materiale, ma io mi rifiutai di obbedire a questo ordine. Ci furono diverse incomprensioni fra questo capo cantiere e me e infine l’ingegnere decise di trasferirmi a Carona.
Lì, rimasi fino al 25 luglio 1943 dove festeggiai la caduta del fascismo .

In cantiere nessuno difese il Duce . La mia esperienza di lavoratore mi aveva dimostrato che la povera gente non era fascista, dove avevo lavorato, sia a Lecco che sotto la Falck non avevo incontrato fascisti.
Gli unici fascisti che dicevano e dimostravano di esserlo che ho conosciuto furono il dott. Zamperini direttore della Metalgraf e Castelnuovo che era uno sportivo e campione della Canottieri.
L’opposizione cominciava a farsi sentire, non era solo dei rossi ma anche di molti cattolici. Mi ricordo che il barbiere della Calandra aveva insegnato al suo merlo a fischiare una canzone contro il fascismo.
Io non accetto la tesi sostenuta da molti che allora tutti erano fascisti, almeno non nella mia esperienza.

Forse io sono stato fortunato, ho potuto essere antifascista ed ho saputo ribellarmi perchè ho vissuto in questo contesto, in una famiglia e in un ambiente antifascista.

Dopo l’8 settembre 1943 ho perso il lavoro e sono rimasto a casa perché avevano chiuso il cantiere. A dicembre sempre del 1943, la Falck ha riaperto il cantiere e mi ha richiamato, ma ora si lavorava per i tedeschi. Io non volevo andare a lavorare sotto i Tedeschi, ma la mia mamma piangeva perchè avevamo bisogno di soldi, infatti il mio sarebbe stato l’unico stipendio della famiglia, poichè mio fratello maggiore Sandro era stato rastrellato e deportato in un campo di concentramento in Germania , dove è morto di fatica e stenti.

( Lo zio Sandro è stato deportato in Germania nel 1943 in un campo di prigionia e lavoro ed è morto di fame e fatica nel 1945; era sepolto nella Germania Orientale a Ursal , ora riposa nella Chiesa della Vittoria a Lecco , lo zio Sergio che è stato a far visita al campo di concentamento dove era sepolto ed ha visto le foto che testimoniano le terribili condizioni in cui erano; ha detto di avere visto “cose che non si possono raccontare”)

Dietro le suppliche della mia mamma, che temeva che anch’io potessi essere rastrellato e deportato, decisi di accettare il lavoro e andai a lavorare a S. Giacomo di Tresenda.
Le condizioni di lavoro erano dure ma soprattutto si mangiava poco.
Nel gennaio 1944 con alcuni amici abbiamo deciso di protestare per la scarsità di cibo e, senza l’ aiuto degli anziani, siamo andati dal tedesco che comandava il cantiere a fare la nostra protesta. Il tedesco ha fatto presente al comando di Edolo la situazione, senza ottenere niente .
Allora noi dopo una settimana per protesta abbiamo incendiato il deposito degli attrezzi. Per fortuna i tedeschi lo hanno ricostruito senza fare rappresaglie e poco dopo migliorarono anche le condizioni di vita requisendo il cibo che era scarso perchè lo rubavano i fascisti che trattenevano, per venderle, le razioni che ci spettavano con la tessera.
In seguito sono stato mandato alla diga della centrale di Ganda, lungo la strada che porta all’Aprica.

Qui ho conosciuto due partigiani Negri e Stampa che avevano partecipato a diverse azioni contro i repubblichini.
Stampa, dopo un’azione, fu ucciso, nonostante il tentativo del prete di farlo fuggire. I fascisti, dopo una spiata, gli spararono, lo catturarono e trascinarono in piazza della chiesa all’Aprica, lo finirono con un colpo di pistola alla nuca e ordinarono di lasciarlo sulla piazza, perchè la punizione servisse da esempio a coloro che volessero ribellarsi ai fascisti.
Don Nobili, prete dell’Aprica, nonostante il divieto, ritirò il misero corpo e gli fece il funerale, in seguito a questo fatto dovette nascondersi con i partigiani sul Mortirolo.
Io ero un ragazzo e quando facevano certe azioni come quella che costò la vita a Stampa venivo allontanato. A don Nobili, originario di Poggiridenti portavo la posta.
Una sera vedendo un grosso movimento di carri con le munizioni, avvertii i partigiani di Pian del Cembro, che fecero saltare il convoglio con le munizioni alla Bellavista sulla strada per l’Aprica.
Nel 1944 aiutammo un ufficiale tedesco, che aveva disertato, a scappare in Svizzera.
Il giorno della Liberazione furono catturati alcuni fascisti, io scesi a valle a festeggiare.

In Valtellina, dove ero io, non ci furono grosse ritorsioni contro i fascisti catturati o riconosciuti.

Dopo la guerra

Ferruccio Lavelli è tornato alla sua Lecco alla fine della guerra. Assunto presso la fabbrica Faini, iniziò il suo impegno sindacale e entrò nella Commissione Interna. I sindacalisti della Faini condussero una lunga ed estenuante trattativa con i padroni per evitare il trasferimento della produzione in Val Trompia. Purtroppo il trasferimento fu solo rinviato e nel 1967 gli operai della Faini rimasero senza un posto di lavoro. La vicenda della Faini viene ricordata ancora oggi perchè la lotta per la difesa del posto di lavoro portò gli operai al gesto estremo dell’occupazione della fabbrica che durò per più di un mese. Mia nonna ricorda che durante quel periodo era lei a portare da mangiare agli operai asserragliati nella fabbrica. Vivo nella memoria di mio nonno è il giorno in cui pronunciò la solenne orazione funebre per Giuseppe Di Vittorio.

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