Vittoria Bottani: finire in galera per un ideale

maggio 21, 2010

Vittoria nacque a Milano ma operò nella zona di Missaglia. Per la sua attività patriottica dovette scontare un lungo periodo in carcere, a San Vittore dove restò fino alla liberazione.
Della Resistenza al femminile si parla poco purtroppo, in questo blog invece una vera e propria sezione è dedicata al contributo delle donne alla lotta di liberazione.
Vittoria si esponeva quotidianamente al rischio di essere arrestata perchè a Missaglia c’era la sede della Brigata Nera, presso la casa dei Moneta a Caglio. Il comandante era Emilio Formigoni. I fascisti, e Vittoria lo ricorda molto bene, erano degli arroganti arraffoni. “Per arredare la loro sede hanno preso oggetti da tante case, da noi hanno portato via persino lo spargisale, il macinino del caffè, il portastuzzicadenti. Non solo i piatti, le posate e alcuni oggetti d’argento di valore che avevamo e che non ho mai più rivisto, nonostante ci avessero lasciato la lista delle cose prelevate”.
Poi un giorno l’arresto.
L’esperienza in carcere è stata durissima: prima di iniziare a mangiare le detenute dovevano rimuovere dalla superficie del brodo i vermiciattoli che dimoravano in quelle pietanze indecenti.

La sua storia è narrata nel libro “La Resistenza rimossa – Storie di donne lombarde” di Erica Ardenti.
Ho realizzato un documento che ricorda la sua storia: [see google doc]

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Bruno “Ermes” Bartesaghi e la vita difficile

maggio 12, 2010

Bruno ERMES Bartesaghi ci ha raccontato alcuni aspetti della difficilissima vita di montagna. I partigiani della 55ª Brigata Rosselli, come ERMES, avevano due fondamentali problemi da risolvere: il primo era quello del cibo e di non secondaria importanza era l’attrezzatura, l’abbigliamento per ripararsi dal rigido freddo delle valli. Bartesaghi racconta di cosa ci si nutriva in montagna e anche degli espedienti che si trovavano per ripararsi dal freddo.

Alcuni ricercatori storici lecchesi raccontano che spesso i “ribelli” si nutrivano per giorni e giorni di una bevanda, che loro chiamavano caffè anche se non era che acqua bollita con zucchero e un po’ di orzo.

Intervista a “Ermes” Bartesaghi:

I fratelli Besana

maggio 12, 2010
guerino besana

Guerino Besana

Carletto Besana

Carletto Besana, nato a Barzanò il 1 luglio 1920, di professione operaio, dopo l’8 settembre 1943 svolge intensa attività di collegamento e rifornimento fra la Brianza e la Valsassina (Lecco) dove con il fratello Guerino (anch’egli operaio, nato a Barzanò, il 27 settembre 1918) si era unito a bande partigiane.
Il 20 luglio 1944, Carletto, incaricato di prelevare armi a Costa Masnaga, viene ferito a un fianco in uno scontro a fuoco. Ricercato, è costretto a rimanere nascosto; appena guarito ritorna in Valsassina.
L’11 ottobre 1944, durante un rastrellamento di SS italiane nella valle tra Biandino e Introbio, Guerino viene ferito gravemente alle sette del mattino. Si trascina su per la montagna per avvertire i compagni che lo trovano morente alle sette di sera nei pressi di una grotta.
Carletto accorre alla notizia del ferimento del fratello che gli muore tra le braccia. Non vuole abbandonarlo ai cani dei fascisti che battono la valle e rimane a vegliarlo nella grotta. Viene catturato anch’esso dalle stesse SS di stanza ad Oggiono che hanno ucciso il fratello.
Tradotto a Casargo (Lecco), viene rinchiuso con tredici compagni in un pozzo, sottoposto a lunghi interrogatori e seviziato. Processato il 13 ottobre 1944 a Casargo, da un tribunale misto tedesco e fascista, viene condannato a morte.
Mentre aspetta di essere fucilato scrive poche righe alla madre: “Cara mamma, fatevi coraggio quando riceverete la notizia della nostra morte, ho ricevuto i Sacramenti e muoio in pace col Signore. Mamma non pensate al fratello Guerino perché l’ho assistito io alla sua morte. Arrivederci in Paradiso. Figlio Carlo. Ciao.”

Viene fucilato alle ore 15 del 15 ottobre 1944 presso il cimitero di Introbio (Lecco). Vengono fucilati con lui Benedetto Bocchiola, Antonio Cendali, Franco Guarnieri, Andrea Ronchi e Benito Rubini.
Dopo il 25 aprile 1945, le salme dei due fratelli Besana vengono recuperate e riportate al paese natale di Barzanò.
Qui il 10 maggio si svolgono i solenni funerali.

Gianna Rocca: una storia di coraggio

maggio 12, 2010

Gianna Rocca

Gianna Rocca era impiegata presso l’ufficio anagrafe di Rovagnate. Uno dei suoi amici era il sig. Luzzu che suonava la fisarmonica e per questo aveva attirato l’attenzione di Gianna, poco più che ventenne.

Ma oltre che essere un simpatico musicista, Luzzu era anche un partigiano e un giorno le chiese di falsificare delle carte di identità per alcuni partigiani della Val D’Ossola. Gianna accettò.

Per una ventenne non era certo facile mascherare la tensione per non essere scoperta. Tra l’altro, spesso un brigadiere la fissava insistentmente ma i suoi probabili sospetti non si concretizzarono in accuse vere e proprie e Gianna Rocca continuò ad “aiutare l’Italia”, come dice nell’intervista.

Video Intervista a Gianna Rocca

Vera e Gaetano: un amore resistente

maggio 12, 2010


Gaetano Invernizzi e Francesca Ciceri, nota soprattutto con il nome di battaglia Vera, ne hanno passate tante insieme: dalla Resistenza, all’impegno politico.

Gaetano era figlio di tappezzieri di Acquate, apparteneva a una famiglia radicale. Nel corso della Prima Guerra mondiale, entrando in contatto con la realtà di miseria e soprusi del proletariato, maturò la sua scelta socialista.
Vera era invece di Rancio e all’età di 11 anni è già al lavoro in una fabbrica metallurgica.
I due si conoscono alla fine della Prima guerra mondiale ma ben presto Gaetano è costretto dal fascismo a lasciare l’Italia a motivo delle sue idee “sovversive”. Vera lo raggiunge a Parigi dove si sposano. Negli anni trenta i due coniugi tornano spesso in Italia, svolgendo un ruolo attivo di antifascisti, nelle file del Partito Comunista. In URSS partecipano a un corso politico militare. Nel 1936 l’arresto. Gaetano viene condannato a 14 anni e Vera a 8, con l’accusa di cospirazione contro lo Stato e ricostituzione del Partito comunista.

Vera sconta la pena a Perugia ed esce anticipatamente dal carcere grazie alla nascita dei figli del principe ereditario. Nel 1943 col marito sale in Erna a costituire la brigata partigiana “Carlo Pisacane” che verrà attaccata da soverchianti truppe tedesche nel primo rastrellamento d’autunno 1943.

Raggiunta Milano, Invernizzi assume responsabilità sindacali sempre maggiori durante la clandestinità e poi a Liberazione avvenuta, ruoli di grande rilevanza anche sul piano dell’organizzazione sindacale mondiale.

Vera Ciceri ci ha lasciato un esempio di coerenza e di forza d’animo non comuni grazie alla sua forza di carattere, animata da incrollabili principi.

Per approfondire:
Alasia, “Gaetano Invernizzi: dirigente operaio”, Milano, 1976, Vangelista Editore

da questo libro abbiamo tratto alcuni passaggi significativi e davvero appassionanti

A Premana, intervista ad alcuni partigiani

maggio 11, 2010

premana Premana (Lc) è un piccolo paese della Valsassina. Qui vivono alcune persone che hanno combattuto nella 55ª Brigata garibaldina “Fratelli Rosselli”.

Nei loro racconti, il senso di smarrimento di ragazzi che si trovano ad avere a che fare con la guerra che toglie da mangiare e con gli occupanti tedeschi che tolgono ogni libertà.
I premanesi che abbiamo incontrato descrivono la paura della gente che, a volte, si rifiutava di aiutare i partigiani, terrorizzata dai rastrellamenti; raccontano le paure e le preoccupazioni di chi viveva in montagna lontano dagli affetti.
Abbiamo chiacchierato con loro per una mattinata.

I premanesi hanno avuto un ruolo importante nella lotta di liberazione poichè questa valle stretta e la posizione strategica del piccolo borgo hanno fatto sì che queste zone diventassero teatro di sanguinosi scontri tra i tedeschi e le formazioni partigiane.

premanesi

Partigiani a Premana

Il signor Giuliano Cedro ci ha raccontato che la sua scelta di stare con i partigiani è avvenuta all’età di diciassette anni, dopo che il padre e il fratello maggiore erano stati arrestati perchè antifascisti e portati alla prigione Sant’Agata a Bergamo. Un altro fratello era stato deportato in Germania.
A Giuliano, rimasto solo, con la casa distrutta dai tedeschi, il tenente Todeschini consigliò di unirsi alle formazioni partigiane.
Le reclute delle formazioni partigiane venivano portate alla Botella, dove ricevevano le armi. Giuliano racconta che aveva paura anche solo a tenere in mano la bomba a mano che gli avevano dato.
Cedro era il più giovane della Brigata Rosselli

Se Giuliano Cedro era solo un ragazzo, altri, come Luigi Gianola erano già adulti e rappresentavano una guida per gli altri.
Luigi Gianola fuggì dopo l’8 settembre e tornò a casa, dove lo attendeva la vita dello sbandato, che non aveva la tessera per il cibo. La gente spesso non capiva l’impegno dei partigiani, a volte per paura, a volte per ignoranza e questo provocava una frustrazione che feriva.
Il signor Luigi visse la Resistenza come comandante e questo ruolo pesava. Era a volte difficile sapere di avere la responsabilità di tanti ragazzi.
E poi l’insurrezione…Gianola ricorda l’ultimatum dato dal tenente Todeschini che a pochi giorni dal 25 aprile 1945 disse ai suoi che non era più tempo di attendere, ognuno doveva schierarsi e decidere se stare con i partigiani, fino alla fine.
Il 24 notte siamo arrivati a Lecco.
Dopo la guerra sono state dette molte cose sui partigiani, ma Luigi Gianola ricorda che quando veniva requisita della merce dai negozi, per nutrire i giovani partigiani, veniva rilasciato ai negozianti un buono, quando la merce non poteva essere pagata e dopo la guerra tutti i debiti sono stati saldati. Lo stesso non è accaduto dall’altra parte infatti spesso i fascisti si sono macchiati di furti veri e propri, non solo di alimentari, ma anche dei pochi soldi che le famiglie riuscivano faticosamente a risparmiare, dei gioielli di famiglia, dei mobili delle modeste case…

Fermo Rizzi invece era una staffetta. Ci ha raccontato che una volta ha avuto veramente paura, perchè nel bel mezzo dei rastrellamenti del 1944 era stato incaricato di andare a portare una comunicazione. Racconta Rizzi che si dormiva per terra nelle stalle, la vita era molto dura e si mangiava solo quando si poteva. Poi di notte ci si doveva spostare oppure fare azioni come ad esempio tagliare i pali del telefono.
Rizzi racconta che i tedeschi non si sono quasi visti in queste zone e “facevano più paura i repubblichini”.

Sergio Gianola ci ha raccontato invece la storia per cui la via più importante di Lecco ha preso il nome “Corso Martiri della Liberazione”. Infatti il giorno dell’insurrezione alcuni fascisti si erano asserragliati proprio in uno dei palazzi di C.so Martiri. Accerchiati dai partigiani questi loschi figuri avevano esposto la bandiera bianca, ma nel momento in cui i partigiani si fecero avanti per andare ad arrestarli questi si misero a sparare uccidendo una decina di giovani.

Gerolamo Ambrosioni chiamato alle armi si rifiutò di combattere per la Repubblica di Salò. Non appena i fascisti si accorsero della sua assenza lo andarono a chiamare e gli intimarono di presentarsi al comando della Brigata Nera il giorno successivo.
Ma la sera dello stesso giorno lui e un suo amico fecero una finta partenza. Salutarono tutti e con l’aiuto di Don Croci andarono all’alpeggio di Ronco e poi, nel bosco, si travestirono da donne e, per vie secondarie, ritornarono in paese.

Giuseppe Bellati era il figlio del custode del Rifugio Pio XI. Una sera un premanese si avvicina a suo padre, che era un antifascista, puntandogli contro il mitra. Il Rifugio, che aveva ospitato dei partigiani fu completamente distrutto (foto sotto).

Rifugio Pio XI
Nomi di battaglia:
Giuseppe Bellati URSI
Gerolamo Ambrosioni FAUSTO
Fermo Rizzi FRANCO
Sergio Gianola ITALO

Video n. 1 dell’intervista ai partigiani di Premana: [guarda il video su Youtube]

Video n. 2 dell’intervista ai partigiani di Premana: [guarda il video su Youtube]

Sui sentieri della resistenza in Valsassina

novembre 17, 2009

partigiani

L’8 settembre, data dell’armistizio, segna anche l’inizio dell’occupazione tedesca. Già il 9 settembre sono occupate Canzo e Bellagio e due giorni dopo i tedeschi entrano nella città di Lecco.
Nel frattempo i giovani militari si organizzano e fuggono dalle loro caserme verso i Pian dei Resinelli e i Piani d’Erna portando con sé armi che serviranno alle prime organizzazioni partigiane.
120 uomini partono alla volta dei Pian dei Resinelli, 170 raggiungeranno il Pizzo d’Erna e 140 si ritroveranno al Campo de Boi, altri sul Monte Legnone e sulle pendici delle Grigne e in Val Varrone.

I primi rastrellamenti iniziano nell’ottobre 1943 e sono organizzati dai tedeschi e dai soldati della guardia nazionale repubblicana formata dopo l’8 settembre dal regime fascista.
Risale al novembre dello stesso anno la costituzione, a Lecco del Comitato di Liberazione Nazionale che è composto da comunisti ma anche da socialisti e cattolici. La funzione del CLN è quella di fornire armi, cibo e materiali ai ribelli nascosti in montagna. In città invece si formano delle squadre armate che hanno lo scopo di compiere azioni di sabotaggio delle vie di comunicazione e produzione industriale. nel giugno del 1944 si compie la prima importante azione militare partigiana che si svolge contro il presidio fascista di ballabio .
Con la fusione, avvenuta nel luglio del 1944, fra la brigata matteotti e la Brigata Rosselli, che vede la nascita della 2ª divisione garibaldi “ lombardia”, ha inizio la vera organizzazione militare della resistenza in Valsassina .

Nei mesi successivi si moltiplicano le azioni di guerriglia contro il nemico fascista e l’occupante nazista .

Alla fine di ottobre ha luogo il grande rastrellamento operato da SS tedesche e italiane e uomini della brigata nera “e. muti” con lo scopo di stroncare la presenza partigiana nel lecchese .
– 130 morti
– 500 deportati
– 700 tra baite, rifugi e case distrutte
sono il risultato del rastrellamento .
La 55ª Brigata Rosselli e’ ormai nel centro del mirino e puo’ solo scappare .
Il comando decide di entrare in Svizzera dal passo della teggiola alto ben 2526 metri , l’unica strada verso la vita .
Una vita che significa innanzitutto internamento in tre campi di prigionia elvetici: Murren, Elgg e Fischentall.